Il ministro Brunetta pensa a una riforma della pensione che sposti a 65 anni l'età in cui le donne smettono di lavorare, come gli uomini. Secondo Brunetta, in questo modo si consentirebbe alle donne di avere una pensione più alta e si eliminerebbe una disparità di trattamento, come richiesto dall'Unione europea.
E' l'ultima crociata del ministro Renato Brunetta, dopo quella contro "i fannulloni" della pubblica amministrazione. Secondo il ministro, è necessaria una nuova riforma delle pensioni che innalzi a 65 anni l'età in cui le lavoratrici possono smettere di lavorare, equiparando così la situazione delle donne a quella degli uomini. A giustificazione della sua proposta, Brunetta fa presente che una sentenza della Corte di Lussemburgo impone ai paesi dell'Unione europea di non attuare discriminazioni di genere per il calcolo dell'importo della pensione, ed essendo questo basato sugli anni lavorati e sull'ultimo stipendio percepito, bisogna parificare l'età in cui maschi e femmine vanno in pensione.
L'idea di Brunetta non è piaciuta all'opposizione (D'Alema l'ha definita «una spiritosaggine che non fa ridere») ma anche a molti esponenti della maggioranza, come il leghista Roberto Calderoli o alcune donne del Pdl (Giorgia Meloni, Daniela Santanchè e Alessandra Mussolini) l'hanno criticata duramente.
Brunetta ha risposto che «vuole liberare le donne una sottocultura che le vuole solo angeli del focolare, costrette a curare genitori anziani e nipotini». E anche un politico certamente non di destra come Marco Pannella gli ha dato ragione.
Ma portare l'età pensionabile delle donne a 65 anni è un atto di giustizia e di uguaglianza verso il genere femminile o al contrario è un'odiosa imposizione di ulteriore fatica per una parte della popolazione che durante l'età lavorativa è già di fatto oberata da un doppio lavoro, occupandosi più dei maschi della crescita dei figli e della cura della casa?
Fonte:Espresso - Repubblica
E' l'ultima crociata del ministro Renato Brunetta, dopo quella contro "i fannulloni" della pubblica amministrazione. Secondo il ministro, è necessaria una nuova riforma delle pensioni che innalzi a 65 anni l'età in cui le lavoratrici possono smettere di lavorare, equiparando così la situazione delle donne a quella degli uomini. A giustificazione della sua proposta, Brunetta fa presente che una sentenza della Corte di Lussemburgo impone ai paesi dell'Unione europea di non attuare discriminazioni di genere per il calcolo dell'importo della pensione, ed essendo questo basato sugli anni lavorati e sull'ultimo stipendio percepito, bisogna parificare l'età in cui maschi e femmine vanno in pensione.
L'idea di Brunetta non è piaciuta all'opposizione (D'Alema l'ha definita «una spiritosaggine che non fa ridere») ma anche a molti esponenti della maggioranza, come il leghista Roberto Calderoli o alcune donne del Pdl (Giorgia Meloni, Daniela Santanchè e Alessandra Mussolini) l'hanno criticata duramente.
Brunetta ha risposto che «vuole liberare le donne una sottocultura che le vuole solo angeli del focolare, costrette a curare genitori anziani e nipotini». E anche un politico certamente non di destra come Marco Pannella gli ha dato ragione.
Ma portare l'età pensionabile delle donne a 65 anni è un atto di giustizia e di uguaglianza verso il genere femminile o al contrario è un'odiosa imposizione di ulteriore fatica per una parte della popolazione che durante l'età lavorativa è già di fatto oberata da un doppio lavoro, occupandosi più dei maschi della crescita dei figli e della cura della casa?
Fonte:Espresso - Repubblica
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